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Di :: 14 ottobre 2026 11:38

Milano, Matisse al MUDEC: la luce invisibile di Francesco Murano

(AGR) C’è una componente decisiva nell’esperienza di una mostra che il visitatore, idealmente, non dovrebbe quasi percepire: la luce. È su questo confine tra precisione e invisibilità che si muove il lavoro di Francesco Murano, architetto e light designer che ha curato l’allestimento illuminotecnico di “Matisse. Il mondo in una stanza”, al MUDEC – Museo delle Culture di Milano dall’8 ottobre 2026 al 21 febbraio 2027.

Materiali diversi, una visione unitaria

 
Prodotta da 24 ORE Cultura – Gruppo Il Sole 24 ORE, la mostra - curata da Ellen McBreen e Chiara Gatti - riunisce circa 100 opere tra dipinti, lavori su carta e sculture, affiancate da oggetti, tessuti e fotografie d’epoca. Una varietà che impone esigenze conservative molto differenti.

«La prima fase è stata quasi “diagnostica”: ogni opera è stata analizzata come un corpo autonomo, con la sua sensibilità alla luce, la sua storia conservativa, la sua reazione ai livelli di illuminamento», spiega Murano. «Carta, pigmenti, fotografie, tessuti antichi e superfici metalliche non tollerano la stessa quantità di luce». Il progetto lavora quindi sulle differenze senza renderle percepibili come fratture. «Abbiamo costruito un clima luminoso, più che una somma di illuminamenti. La continuità visiva nasce non dall’uniformità, ma da un’armonia di micro-differenze controllate».

Lasciare parlare il colore

Con Matisse, il rapporto tra luce e colore diventa centrale. Temperatura di colore stabile, elevata resa cromatica e intensità calibrata servono a evitare che la luce alteri la percezione dell’opera. «Il colore, per Matisse, è una materia viva. Non è decorazione, è struttura. Per questo la luce deve essere precisa ma discreta». L’obiettivo non è enfatizzare i pigmenti, ma restituirli con naturalezza. «Non volevamo che la luce “spingesse” i colori. L’obiettivo era far sì che il visitatore percepisse la qualità del colore, non la presenza della luce».

Mondi lontani, un unico linguaggio

Il percorso attraversa culture e materiali differenti, ma la luce non costruisce ambienti tematici separati. «Le differenze emergono dalle opere, non dalla luce. Abbiamo scelto un linguaggio unitario, perché la mostra racconta proprio la capacità di Matisse di far convivere mondi lontani all’interno di un’unica visione». Le variazioni riguardano soprattutto la geometria dei fasci e il rapporto tra luce e spazio, senza introdurre effetti scenografici.

La complessità invisibile

Uno dei passaggi più delicati ha riguardato tessuti e opere su carta, particolarmente sensibili. Per evitare zone troppo attenuate rispetto alle sale adiacenti, il progetto ha lavorato non solo sull’illuminamento delle opere, ma anche sulle luminanze dello spazio. «Piccole quantità di luce diffusa, calibrate con precisione, permettono di mantenere continuità percettiva senza superare i limiti conservativi». Poi c’è il lavoro che il pubblico non dovrebbe mai notare: riflessi, doppi contorni, abbagliamenti e micro-ombre. «Ogni apparecchio è stato orientato per evitare interferenze visive. Il visitatore non lo noterà mai, e questo è il segno che il progetto funziona: quando la luce è davvero ben progettata, non si vede, ma cambia tutto».

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