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Di E. B.: Redazione AGR :: 06 luglio 2026 16:41
Londra, Eshre 42 annual meeting, la procreazione medicalmente assistita è cambiata, il fattore tempo resta decisivo

(AGR) La Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) sta vivendo un profondo cambiamento: da una logica del “tentativo” a una medicina della riproduzione orientata alla realizzazione di un progetto di genitorialità a lungo termine. Il concetto sarà al centro dell’Annual Meeting della European Society of Human Reproduction and Embryology, ESHRE 2026, in programma a Londra dal 5 all’8 luglio, dove i dati dimostrano come prevenzione, personalizzazione delle cure e continuità del percorso siano leve importanti per accompagnare le persone che cercano un figlio, in un contesto segnato dalla denatalità, superando la logica stressante del “dentro o fuori” al primo ciclo: “La personalizzazione del percorso non è più un’aspirazione: è una necessità supportata dai dati. Gli studi presentati a ESHRE indicano come sia sempre più possibile disegnare percorsi costruiti sulla biologia reale di ogni aspirante genitore”, afferma il professor Antonio Pellicer, professore ordinario di Ostetricia e Ginecologia all’Università di Valencia e fondatore di IVI, “Sapere quanti ovociti possono essere necessari per realizzare un progetto di famiglia, conoscere il peso dell’età uterina anche nell’eterologa, ridurre l’abbandono con strategie multiciclo: questa è la direzione verso cui la PMA sta andando e solo così può diventare una risposta concreta alle aspirazioni delle persone e alla situazione di denatalità nel nostro Paese”.
Una nuova alleanza terapeutica basata sui dati, non sui dogmi
Il fattore tempo: l’impatto dell’età uterina
Sul piano biologico, la ricerca dal titolo Advanced maternal age independently affects live birth and increases miscarriage risk in donor oocyte cycles (2) evidenzia un limite biologico chiaro: anche ricorrendo all'eterologa con ovociti donati da donne giovani, i tassi di successo si riducono in modo significativo oltre i 49 anni, in relazione ai cambiamenti legati all’età dell’utero e dell’endometrio. Il dato conferma quindi l’importanza di considerare il tempo biologico anche nei percorsi di ovodonazione. Lo studio presentato dalla ricercatrice Beatrice Crestani di IVIRMA Global Research Alliance e IVI Roma e condotto su 2.760 trasferimenti embrionali, chiarisce che l'invecchiamento dell'utero e dell'endometrio esercita un impatto indipendente sui tassi di successo. Nelle riceventi di età uguale o superiore a 49 anni, infatti, i tassi di nascita per singolo trasferimento risultano pari al 31,7%, rispetto al 46,2% registrato nelle pazienti tra i 35 e i 40 anni. Considerando però l’intero percorso di trasferimenti disponibili, il tasso cumulativo di nascite rimane del 60% anche nelle pazienti di età più avanzata, a fronte dell’80% nelle donne tra i 35 e i 40 anni. Parallelamente, il rischio di aborto spontaneo risulta più che raddoppiato, probabilmente in relazione ad alterazioni della ricettività endometriale.
“L’età della donna rimane un fattore di cui tenere conto per una corretta valutazione e un adeguato counseling anche nei percorsi di donazione”, spiega Mauro Cozzolino, Direttore Clinico IVI Bologna. “Si stima che ogni anno centinaia di coppie richiedano una donazione di spermatozoi, mentre sono migliaia quelle che ricorrono alla donazione di ovociti. Questa differenza è riconducibile alla diversa biologia della gametogenesi femminile e maschile. Tuttavia, proprio perché la fertilità femminile è maggiormente condizionata dal fattore tempo, la medicina riproduttiva deve guardare oggi alla coppia in modo integrato e creare percorsi personalizzati grazie ai progressi e all’innovazione ottenuti”
Fertilità maschile, dopo i 45 anni aumentano le varianti genetiche nel Dna spermatico
Dopo i 45 anni, anche l’età paterna può lasciare una traccia misurabile nel DNA spermatico. È quanto emerge da uno studio pilota prospettico, che ha osservato negli uomini over 45 un aumento del 31% delle varianti somatiche sperm-specifiche rispetto agli under 30. La ricerca, dal titolo “Increased sperm-specific somatic mutations in advanced paternal age: implications for preconception genetic screening”,(3) ha confrontato il DNA del sangue e quello degli spermatozoi degli stessi partecipanti, mostrando che alcune alterazioni del DNA possono essere presenti esclusivamente nei gameti maschili. Il risultato non indica un aumento diretto del rischio per la salute dei figli, ma apre una riflessione importante: i test genetici preconcezionali sono generalmente eseguiti su campioni di sangue e, se alcune varianti sono presenti solo negli spermatozoi, potrebbero non emergere da un test ematico. Secondo gli autori, saranno necessari ulteriori studi per chiarire il significato clinico delle varianti osservate e la loro eventuale rilevanza per la salute dei figli.
Lo studio è coordinato da Laura Mossetti, embriologa di IVI Roma e ricercatrice della Fondazione IVI, e nasce da una collaborazione tra IVI Roma, IVI Bilbao, IVI Valencia, la Fondazione IVI e partner di ricerca spagnoli: “Il nostro studio mostra che il DNA degli spermatozoi può contenere varianti non rilevabili nel sangue e che il numero di queste varianti somatiche aumenta con l’età paterna”, precisa Mossetti. “È un risultato preliminare, ma importante, perché suggerisce che la valutazione genetica preconcezionale potrebbe in futuro dover considerare con maggiore attenzione anche il contributo maschile”.
“Dobbiamo superare l’idea che la fertilità sia una “responsabilità” quasi esclusivamente femminile”, spiega Rossella Mazzilli, specialista in Endocrinologia e Malattie del Metabolismo, Andrologia e Diabetologia dei centri IVI e Genera. “Nell’uomo, la produzione degli spermatozoi continua per tutta la vita: questo significa che le cellule coinvolte nella spermatogenesi vanno incontro a continue divisioni cellulari e, con l’avanzare dell’età, può aumentare la probabilità di errori nella replicazione del DNA. Il messaggio non è creare allarmismo”, aggiunge Mazzilli. “Dopo i 45 anni non si smette di essere potenzialmente fertili. Ma la medicina della riproduzione deve guardare alla coppia in modo integrato, considerando la salute metabolica, ormonale e seminale, ma anche l’età paterna, specialmente tenendo conto di ciò a cui si è esposti negli anni, cercando di sensibilizzare a un corretto stile di vita e riducendo l’esposizione a potenziali fattori di rischio ambientali”.
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