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Di Gianluca Croce :: 02 settembre 2026 09:37
Il Teatro di Calabria "Aroldo Tieri" conquista il Premio Franco Enriquez 2026 con I Persiani

(AGR) Sabato 30 agosto a Sirolo il riconoscimento nella categoria Teatro Classico per la prima produzione della compagnia rinnovata. A consegnarlo, il festival dedicato al tema "Il teatro, una via per la pace". Tra i premiati anche Shammah, Guanciale, De Sio e Vukotic
SIROLO (AN) – Il nome del Teatro di Calabria "Aroldo Tieri" ha risuonato forte sabato 30 agosto sul palco del Teatro Comunale Cortesi di Sirolo. È qui, nel borgo marchigiano, che la compagnia calabrese ha ritirato il Premio Nazionale Franco Enriquez 2026 – Città di Sirolo, nella categoria Teatro Classico – Sezione Teatri e Compagnie per I Persiani di Eschilo, con la regia di Aldo Conforto e la direzione artistica di Francesco Mazza.
Sul palco di Sirolo, nella stessa serata, anche nomi come Andrée Ruth Shammah, Lino Guanciale, Giuliana De Sio, Milena Vukotic e Gabriele Vacis.
«È un riconoscimento che ci emoziona profondamente – commenta a caldo il direttore artistico Francesco Mazza – perché premia non soltanto questo spettacolo, ma anche un'attività teatrale lunga cinquant'anni, quella di Aldo Conforto, che in questo lungo percorso ha formato decine e decine di attori nella città di Catanzaro e che ancora oggi porta avanti il suo lavoro con l'entusiasmo giovane di chi non ha mai smesso di credere nel teatro. È un riconoscimento che sentiamo particolarmente meritato anche per l'impegno totale che tutti noi abbiamo messo in questa prima produzione della compagnia rinnovata. Questo ci dà la responsabilità e, insieme, la gioia di continuare a lavorare».
La motivazione: la saggezza del limite
Nella motivazione, la giuria sottolinea come I Persiani affronti «la guerra, le scelte sbagliate, l'incomprensione, la brama di conquista» e arrivi a celebrare «la saggezza che consiste nella misura e nell'accettazione del limite». Riconosciuti «la forza evocativa del coro e di bravissimi giovani attori», insieme a regia, adattamento, direzione artistica, scene, costumi e musiche originali.
La scelta di Aldo Conforto è stata chiara: non forzare il testo con attualizzazioni artificiali, ma lasciare che Eschilo, rispettato nella sua forma originaria, parli direttamente all'oggi. Una scenografia essenziale ma evocativa, che richiama l'antica Persia, affidata soprattutto alla potenza di costumi e maschere: ori e dettagli preziosi che costruiscono l'opulenza di un impero destinato a incrinarsi per la propria arroganza.
Il Coro che volta le spalle a Serse
Cuore drammaturgico dello spettacolo è il Coro dei saggi. Non semplice commentatore, ma protagonista attivo dell'evoluzione scenica. Accompagna il mutare dell'atmosfera: dalla fiducia nella potenza persiana al dubbio sulla spedizione di Serse contro la Grecia, fino allo sgomento della disfatta.
È qui che arriva il gesto più potente: al ritorno di Serse, il Coro si toglie la maschera e gli volta le spalle. Una presa di posizione morale, visibile, che rende scenico il dissenso della comunità verso l'errore del sovrano. Ma quando Atossa ordina di accogliere con benevolenza il figlio sconfitto, il Coro torna a voltarsi e a indossare la maschera.
È l'immagine – come ha notato la critica – di «un gruppo sociale che non ha più la forza di reagire». Coscienza critica e corpo sociale insieme: ha intuito il pericolo, ha espresso il dissenso, ma non riesce a sottrarsi al potere.
Al centro, un intenso lavoro sulla parola, affidato all'adattamento di Aldo Fiale e a una recitazione declamata che restituisce alla lingua di Eschilo la sua dimensione ieratica.
Toccante il disegno delle figure femminili: Anna Maria Corea è Atossa, regina e madre, che riporta la tragedia dal piano politico a quello umano; Anna D'Alfonso è la Donna afflitta, voce del dolore delle donne di tutte le guerre, con versi di Ada Negri e Federico García Lorca che legano l'antico alla memoria universale delle vittime.
In scena Benito Pugliese (Dario evocato dall'oltretomba), Marco Trebian (Serse), i giovani corifei Eugenio Nicolazzo e Gino Mariano Mazzotta, il messaggero Alessandro Giordano. Le musiche originali di Amedeo Lobello e Francesca Procopio costruiscono attesa, smarrimento e lutto, fino al finale affidato alla voce del soprano Miriana Screnci.
Un esordio che, da Sirolo, conferma la rinascita del Teatro di Calabria: una compagnia rinnovata che riparte da un classico per parlare, con forza antica, al presente.
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