AGR Agenzia di Stampa

05 ottobre 2026 12:30

Andrea Speziali, quando la firma diventa performance: il corpo come tela per una notte

(AGR) Una firma, un pennarello e, al posto del consueto foglio, la pelle. È cominciata quasi come un gioco, durante una serata di festa, ed è diventata nel giro di poche ore una piccola performance improvvisata. Protagonista Andrea Speziali, artista, critico e studioso noto soprattutto per le sue ricerche sull’Art Nouveau e per un’attività culturale che negli anni ha attraversato discipline e linguaggi differenti.

Sabato sera Speziali si è concesso una parentesi decisamente meno istituzionale. Le immagini apparse nelle storie Instagram lo mostrano mentre appone la propria firma sul décolleté di alcune donne che partecipano divertite alla scena. Da un primo episodio ne sono seguiti altri, fino a trasformare il gesto in una sorta di rituale della serata.

 
C’erano donne impegnate nei festeggiamenti di un addio al nubilato, semplici avventrici, turiste. Secondo il racconto della serata, persino una giovane ucraina, incuriosita dalla singolare «performance», avrebbe voluto partecipare. Una piccola folla, insomma, costruita progressivamente intorno a un gesto tanto semplice quanto inevitabilmente destinato ad attirare gli smartphone.

E infatti sono state proprio le immagini condivise sui social ad amplificarne l’effetto, provocando commenti, reazioni e inevitabile curiosità.

Dal quadro alla pelle
Non sarebbe però la prima volta che il corpo entra nella storia dell’arte come superficie, materia e luogo dell’azione artistica. La Body Art del Novecento ha fatto della fisicità uno dei territori più radicali della ricerca contemporanea. Nel caso di Speziali sarebbe eccessivo attribuire a una serata nata sotto il segno del divertimento il peso di un'operazione teorica programmata. Eppure proprio la sua spontaneità rende l'episodio curioso.

Per una notte scompare infatti tutto ciò che normalmente accompagna l'opera d'arte.

Non c'è tela. Non c'è cornice. Non c'è galleria. Non c'è neppure qualcosa destinato a essere conservato.

Rimane una firma.

Ed è proprio la firma, tradizionalmente collocata ai margini dell'opera per dichiararne l'autore, a conquistare il centro della scena. Non certifica più qualcosa che è stato realizzato: diventa essa stessa immagine.

La grafia si adatta al corpo, segue una superficie irregolare, dura il tempo che la persona che la porta decide di conservarla. L'opera, ammesso che si voglia chiamarla così, nasce già con la certezza della propria scomparsa.

È arte effimera nella sua forma più elementare.

Il paradosso di chi studia ciò che resta
C'è poi una contraddizione interessante nella figura di Speziali.

Da anni la sua attività è legata soprattutto allo studio e alla valorizzazione del patrimonio storico-artistico. Il Liberty è diventato il terreno privilegiato delle sue ricerche: edifici, decorazioni, architetti dimenticati, opere da censire e tutelare. Il suo lavoro culturale si fonda dunque, in larga parte, sull'idea della conservazione della memoria.

Sabato sera è avvenuto esattamente il contrario.

Speziali ha prodotto segni destinati a non essere conservati.

Una doccia, e la firma scompare.

Rimangono soltanto le fotografie e i video.

Ed è forse qui che una situazione nata per divertimento assume involontariamente un significato più contemporaneo. L'uomo che dedica il proprio lavoro alla ricerca delle tracce lasciate un secolo fa dall'Art Nouveau produce per qualche ora tracce che non hanno alcuna ambizione di raggiungere il giorno successivo.

Non il marmo, dunque, ma la pelle.

Non il monumento, ma il gesto.

Non l'archivio, ma Instagram.

Una performance nata senza programma
La dimensione collettiva è probabilmente l'elemento più interessante della serata. Perché la firma avrebbe potuto esaurirsi nel primo episodio. Invece è stata ripetuta, richiesta, fotografata e condivisa.

Da qui l'impressione di assistere a una sorta di kermesse improvvisata.

Il meccanismo è quello tipico delle performance partecipative: qualcuno compie un gesto, qualcun altro lo osserva e decide di entrarvi. A quel punto la distinzione fra autore e pubblico si indebolisce. Le donne non sono semplicemente «supporti» sui quali viene tracciata una firma: scegliendo di partecipare diventano parte dell'azione.

Il corpo, del resto, nella storia dell'arte è stato per secoli rappresentato. Qui accade qualcosa di differente: non viene rappresentato, ma temporaneamente scritto.

E la scrittura scelta è la più personale possibile: il nome dell'autore.

Quasi un'autenticazione ironica dell'essere umano.

Ma un'autenticazione priva di possesso, perché quel corpo rimane naturalmente della persona che lo offre per qualche secondo al gioco dell'artista. E sarà la stessa persona a decidere quando cancellare il segno.

L'opera nell'epoca delle «stories»
C'è infine Instagram, senza il quale probabilmente non esisterebbe neppure questa storia.

La performance contemporanea possiede infatti ormai un secondo palcoscenico. Prima accade davanti a poche persone, poi viene moltiplicata davanti allo schermo di centinaia o migliaia di altre.

È un curioso cortocircuito.

La firma sulla pelle è temporanea.

La «storia» di Instagram nasce anch'essa per essere temporanea.

Due forme destinate alla sparizione si incontrano: il segno che può essere lavato e l'immagine digitale che dopo poche ore cessa di essere visibile nel normale flusso delle stories.

Eppure entrambe possono sopravvivere attraverso screenshot, condivisioni e memoria.

È forse questo il dettaglio che rende l'episodio qualcosa di più di una semplice goliardata da compleanno.

Speziali, personalità difficilmente confinabile in un'unica disciplina, ha attraversato negli anni pittura, scultura, grafica, critica, ricerca e curatela. La sua creatività sembra manifestarsi soprattutto attraverso lo sconfinamento: dalla storia dell'arte all'organizzazione culturale, dal disegno alla comunicazione.

Questa volta lo sconfinamento è arrivato letteralmente sulla pelle.

Non occorre costruirvi intorno un manifesto estetico né pretendere di trasformare ogni pennarello in un'opera museale. Sarebbe proprio questa, anzi, la maniera migliore per togliere all'episodio la sua forza.

Perché la scena funziona nella misura in cui conserva l'ambiguità originaria.

Era una provocazione? Una performance? Una goliardata? Un gesto artistico?

Probabilmente un po' di tutto.

E l'arte contemporanea, quando riesce ancora a incuriosire, abita spesso proprio quella zona incerta nella quale una risposta definitiva conta meno della domanda.

Sabato sera Speziali non ha appeso nulla a una parete.

Ha semplicemente preso un pennarello.

E, per qualche ora, la firma dell'artista è diventata l'opera.

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